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Aggregare per crescere.
February 21, 2017
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Per chi ha voglia di leggere è la nuova rubrica del blog, che darà voce ai membri del network e a esperti del settore, professionisti e chiunque voglia raccontare il suo punto di vista sui temi cari a Non Riservato: creatività, socialità, spazio pubblico e Milano.

Si parte con Nicola Ciancio, autore e curatore di progetti culturali ed eventi, membro di Ex-voto. Ecco qui il suo articolo, buona lettura!
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In questo breve articolo, sulla base delle mie esperienze di operatore culturale a Milano, soprattutto quelle relative alla costruzione del progetto Non Riservato, provo a mettere sul tavolo domande e proposte che spero possano essere condivise e discusse.

Qual'è la posizione di ascolto che dovrebbero avere le Istituzioni attraverso i loro interlocutori e quale il modo in cui dovrebbero porsi le organizzazioni culturali?

Durante le ultime primarie per la scelta del candidato Sindaco del centrosinistra a Milano, ho partecipato ai diversi "Tavoli Cultura" per ascoltare le idee degli aspiranti candidati ma, soprattutto, quelle delle diverse organizzazioni che si presentavano. Ho sentito proposte entusiastiche di “attivazione” di presidi culturali da parte della società civile, così come organizzazioni - più o meno consolidate - raccontare le attività portate avanti negli anni.
Tante realtà e tante proposte cercavano, e cercano tuttora, di dialogare con gli interlocutori istituzionali in grado di determinare le politiche culturali. Tanti soggetti, e tante richieste, forse troppe o forse tante simili per essere evase dai pochi interlocutori istituzionali esistenti.
Questa dinamica mi ha ricordato quanto già incontrato nel 2011 – 2012 quando con l'associazione Ex-Voto organizzavamo il ciclo di incontri Non Riservato (una serie d'incontri per ragionare, con istituzioni, pubbliche e private, attori culturali e artistici della città, sui nuovi luoghi di cultura e creatività e le pratiche di coinvolgimento.).

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Da allora ad esempio il dibattito sullo spazio pubblico, così sulle azioni dal basso in genere si è arricchito grazie al crescente dilagare di fenomeni come social street, coworking, maker space, associazioni di secondo livello, reti e comunity hub, dove le persone cercano un elemento (geografico, d’interesse, tematico, disciplinare o identitario) per orientarsi, progettare e agire all’interno di un contesto sempre più amplio e multiforme.
Un ambiente sempre più complesso, frammentato e ibrido dove al fianco di organizzazioni più istituzionalizzate, troviamo quelle realtà indipendenti di piccola e media dimensione, naturale motore della creatività, che sperimentano, in maniera autonoma e quindi a flussi discontinui e con un alto livello di rischio di mortalità, nuovi modelli e formati che sono la base per l'innovazione all'interno della industria creativa e culturale.

Il dibattito che da tempo si sta sviluppado attorno al tema delle Smart Cities ed ora alle Common Cities, così come prima quello relativo ai Cluster, ha introdotto la necessità di superare il contrasto tra l’approccio top-down e quello bottom-up. Due lati della stessa medaglia, quest'ultimi, che potrebbero (o forse dovrebbero) convivere apportando "innvazione". Un dibattito ancora aperto che fra intelligenza collettiva e delega delle responsabilità, sviluppo sostenibile e nuovi liberismi cerca ancora un suo equilibrio.

Ma quale può essere un sistema che permetta di coniugare la frammentarietà e complessità di un contesto, come quello Milanese, creando un dialogo con le istituzioni che permetta e agevoli uno sviluppo dal basso di nuove progettualità, che vada al di là della volontà di ascolto?

Un aiuto ci arriva dal linguaggio dell'informatica e della gestione delle informazioni, dove troviamo la parola “aggregatori” che viene utilizzata per indicare software e applicazioni che ricercano informazioni o contenuti sul web per poi ri-compilarli e riproporli in forma aggregata, per una migliore fruizione che risponda al costante aumenti di contenuti. Nel linguaggio aziendale lo stesso termine è usato per identificare un contenitore unico all’interno del quale ricadono tutti i servizi offerti.

Possiamo applicare questa definizione adattandola al contesto delle politiche culturali per creare un sistema di “aggregatori” in una città come Milano?

All'interno di un scenario multiforme e dinamico come quello enunciato sopra nel contesto delle politiche culturali la costruzione di “aggregatori” e la loro messa a sistema faciliterebbe e semplificherebbe i flussi di informazione, sia in entrata che in uscita (aggregando comunicazione dall'interno all'esterno e raccolta di informazioni dall'esterno all'interno), aumenterebbero le possibilità di costruzione di nuovi progetti e crescita professionale (attraverso l'incontro fra organizzazioni di grandezza diversa e scambio di competenze), faciliterebbero lo sviluppo economico (creando un fronte unico di dialogo nei confronti di istituzioni, committenti e sponsor).

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Gli “aggregatori” diventerebbero con queste premesse le rappresentanze delle diverse "scene" ossia un insieme di soggetti le cui azioni e progetti (in questo caso creativi) sono in grado di creare un immaginario costruito su un elemento comune predominante e riconoscibile. Queste scene possono essere legate alla disciplina (ad esempio: danza, teatro, musica...), a un obiettivo (ad esempio: lo sviluppo di uno specifico territorio o di un gruppo sociale o professionale), a una visione (ad esempio: la città creativa). Tutte queste scene sono in maniera naturale rappresentantive di esigenze e immaginari.
Partendo dall'identificazione di una scena il modello di aggregatore punta a renderne più esplicite le esigenze nei confronti degli interlocutori istituzionali e, attraverso processi di comunicazione e produzione, rendere più penetrante l'immaginario che la identifica.

Il modello, a cavallo fra quello di un’agenzia di sviluppo territoriale ed una rete, vuole essere il luogo delle possibilità dove i singoli progetti hanno la possibilità di crescere in maniera collettività attraverso un lavoro di progettazione condivisa con tutti i suoi aderenti e un processo di democratizzazione e turnazione degli incarichi. Quest'ultimo è un elemento indispensabile per creazione di un organismo all'interno del quale tutti si possano riconoscere e sentirsi parte grazie, non solo alla turnazione negli incarichi decisionali, ma anche a quella di rappresentante pubblico dell'aggregatore.
Il modello dell'aggregatore supera il concetto di rete perché, oltre alla volontà di creare dialogo e progettualità condivise fra i suoi aderenti, si costruisce come rappresentanza delle organizzazioni che lo compongono e portatore delle loro istanze e valori. Un sistema che faciliti la produzione di nuovi prodotti culturali e creativi da immettere sul mercato generando un sistema virtuoso di solidarietà e sviluppo economico in un'ottica “win win”.

Gli “aggregatori” in questa visione diventano un marchio che si costruisce sull’identità dei suoi aderenti, permettendo a utenti, possibili investitori e sostenitori, di avere di fronte un soggetto che rappresenti in maniera chiara una scena e la sua visione. Un soggetto in grado di narrare il sistema condiviso di valori all'interno dell'aggregatore ai possibili fruitori delle sue attività attivando così un processo di validazione sociale del progetto.
Attraverso il progetto Non Riservato abbiamo provato a sperimentare questo modello che come tutte le trasformazioni richiede un tempo per essere interiorizzata, consolidarsi ed essere riconosciuta. Un processo che ci ha visto partire con il coinvolgimento uno ad uno delle prime 8 organizzazioni che rappresentavano una prima scrematura della scena delle attività creative nello spazio pubblico a Milano. Al termine del processo di progettazione partecipata eravamo 16 ed adesso siamo 25. All’attivo la produzione di diversi progetti, collaborazioni e cicli formativi, sotto il marchio Non Riservato, in grado di rispondere alle diverse anime che abitano il progetto e coinvolgere sempre più cittadini.

A mio avviso, anche alla luce dell’esperienza di Non Riservato e della complessità del territorio, gli “aggregatori” potrebbero diventare un modo diverso di ripensare il concetto di impresa culturale in forma più corale e che, arricchita dalle pratiche di condivisione e partecipazione ma anche dalle strategie di marketing più evolute, possa diventare l’interlocutore di Istituzioni, pubblico, sostenitori e clienti, così come del territorio e del mercato.

Sono sicuro che creare delle politiche culturali che vadano a ridurre il numero di interlocutori singoli in favore di rappresentanze di "scene" permetterebbe di semplificare e rendere più efficaci i diversi progetti in campo, sia in termini di ricadute economiche, sociali, culturali che di creazione di processi di crescita della comunità. Questo può succedere a patto che sia rispettata la democraticizzazione e la rappresentatività di tutti i soggetti coinvolti all'interno dei singoli aggregatori. Questo tipo di trasformazione potrebbe diventare il modo per arricchire la ricerca delle singole individualità che in un processo di ascolto e conoscenza costante potrebbero trovare maggiori spazi e risorse per lo sviluppo dei propri progetti attraverso momenti di progettazione partecipata, residenze e confronti interni, piani di formazione.

Tutto questo deve essere garantito anche da un sistema di alternanza costante dei diversi soggetti coinvolti nella cariche che oltre ad ibridare costantemente la visione del progetto ne garantirebbe il non accentramento dei poteri.

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Dal punto di vista delle istituzioni, un sistema di aggregatori semplificherebbe il dialogo e la costruzione di strategie territoriali ed inoltre renderebbe più trasparente ed accessibile la concessione di contributi che, affidati ai diversi aggregatori, creerebbe crescita non solo per singoli individui ma per le intere "scene" di cui fanno parte.

Può questo sistema diventare un modo per influenzare le politiche culturali a favore dell’ascolto dal basso?
Può diventare uno strumento delle policy del ventunesimo secolo in ambito cittadino permettendo al contempo la crescita delle individualità contestualmente a quella dei gruppi?

Il processo è appena iniziato ed è difficile rispondere a queste domande ma sicuramente aprire e confrontare le sperimentazioni potrebbe portare a struttura un nuovo modello di riferimento per creare delle progettualità cittadine sviluppate sull'ascolto di chi ogni giorno produce e sperimenta nuovi progetti per la città.

Nicola Ciancio
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Nicola Ciancio è autore e curatore di progetti culturali ed eventi. È l’ideatore del progetto Non Riservato. La sua capacità di muoversi a cavallo fra il mondo della cultura e quello degli eventi gli permette di intercambiare sistemi e strategie fra i due mondi e creare quindi nuovi modi di approccio creativo all’ideazione ed alla cura. Direttore creativo nel campo degli eventi ha avuto fra i suoi clienti marchi come Rovio, Sanrio, Perfetti Van Melle.

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